L'ordinaria vita coniugale di due ottimi interpreti
Convincente il debutto dell'adattamento teatrale
del film "Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman
TRENTO - Tra i film di Ingma Bergman, "Scene da un matrimonio" non è forse il maggiore nè il più adatto ad eludere valutazioni contingenti e soggettive. Per questo il riuscito adattamento teatrale diretto da Rocco Sestito ha un doppio merito: di rileggerne oggi la capacità di indagare, con la lucidità di un voyeurismo esatto, gli angoli più ambigui dell'istituto matrimoniale; di ritrovare Bergman nella sua epoca, per riflettere sui trent'anni e più che ci separano dall'acuta testimonianza di come nel secolo XX una coppia di matrice borghese vivesse, senza certezze, gli eterni interrogativi sull'amore e il suo sciupio. Il debutto dello spettacolo, nei giorni scorsi al Teatro Cuminetti di Trento per la coproduzione di Emit Flesti e Oz-TrentoSpettacoli, ha concluso convincentemente i due mesi dell'"Omaggio a Bergman", vero e proprio evento alla memoria costruito tra cinema e teatro a meno di un anno dalla scomparsa del regista svedese.
Nella messa in scena di Sestito il copione originale si è arricchito di una cornice narrativa entro la quale si scalano con ritmo serrato i sei capitoli ai quali Bergman volle affidare la sua aguzza anatomia del matrimonio.
Nell'interpretazione vera e coinvolgente di Alessio Dalla Costa e Maura Pettorruso, ben diretti e bene in parte, i due protagonisti, Johan e Marianne, si incontrano sul palcoscenico vuoto e aperto del teatro in cui avevano recitato insieme negli anni giovanili. Evocata dai detriti di scenografie dismesse, prende corpo la rappresentazione a due voci di ciò che è stato, nella forma di un lungo flash back in cui il meccanismo teatrale conferma la sua capacità di descrivere la persona, la coppia e la società. Tra luci e quinte mosse direttamente dagli attori la vita si mescola con i grandi classici del teatro nordico, richiamati da Bergman e qui agiti a cerniera tra le sei scene che scandiscono la vita coniugale, l'abbandono, il divorzio, la riconciliazione.
I due interpreti hanno saputo reggere l'impresa anche nel momento dell'angoscia e del furore, ma lo spettacolo dà il meglio quando ripesca, dall'inferno domestico bergmaniano, il ricatto sentimentale la voluttà di ferirsi, la tortura dei silenzi e l'isteria delle parole moltiplicate a nascondere il vuoto dello spirito. La saldezza della struttura drammaturgica sostiene i lunghi dialoghi, senza un allentamento o una caduta, fino all'epilogo della segreta complicità che rimedia all'imperfezione del vivere con la conquista di una nuova e reciproca indulgenza.
del film "Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman
TRENTO - Tra i film di Ingma Bergman, "Scene da un matrimonio" non è forse il maggiore nè il più adatto ad eludere valutazioni contingenti e soggettive. Per questo il riuscito adattamento teatrale diretto da Rocco Sestito ha un doppio merito: di rileggerne oggi la capacità di indagare, con la lucidità di un voyeurismo esatto, gli angoli più ambigui dell'istituto matrimoniale; di ritrovare Bergman nella sua epoca, per riflettere sui trent'anni e più che ci separano dall'acuta testimonianza di come nel secolo XX una coppia di matrice borghese vivesse, senza certezze, gli eterni interrogativi sull'amore e il suo sciupio. Il debutto dello spettacolo, nei giorni scorsi al Teatro Cuminetti di Trento per la coproduzione di Emit Flesti e Oz-TrentoSpettacoli, ha concluso convincentemente i due mesi dell'"Omaggio a Bergman", vero e proprio evento alla memoria costruito tra cinema e teatro a meno di un anno dalla scomparsa del regista svedese.
Nella messa in scena di Sestito il copione originale si è arricchito di una cornice narrativa entro la quale si scalano con ritmo serrato i sei capitoli ai quali Bergman volle affidare la sua aguzza anatomia del matrimonio.
Nell'interpretazione vera e coinvolgente di Alessio Dalla Costa e Maura Pettorruso, ben diretti e bene in parte, i due protagonisti, Johan e Marianne, si incontrano sul palcoscenico vuoto e aperto del teatro in cui avevano recitato insieme negli anni giovanili. Evocata dai detriti di scenografie dismesse, prende corpo la rappresentazione a due voci di ciò che è stato, nella forma di un lungo flash back in cui il meccanismo teatrale conferma la sua capacità di descrivere la persona, la coppia e la società. Tra luci e quinte mosse direttamente dagli attori la vita si mescola con i grandi classici del teatro nordico, richiamati da Bergman e qui agiti a cerniera tra le sei scene che scandiscono la vita coniugale, l'abbandono, il divorzio, la riconciliazione.
I due interpreti hanno saputo reggere l'impresa anche nel momento dell'angoscia e del furore, ma lo spettacolo dà il meglio quando ripesca, dall'inferno domestico bergmaniano, il ricatto sentimentale la voluttà di ferirsi, la tortura dei silenzi e l'isteria delle parole moltiplicate a nascondere il vuoto dello spirito. La saldezza della struttura drammaturgica sostiene i lunghi dialoghi, senza un allentamento o una caduta, fino all'epilogo della segreta complicità che rimedia all'imperfezione del vivere con la conquista di una nuova e reciproca indulgenza.
Katia Malatesta
Trentino, sabato 26 aprile 2008
Con umiltà e fedeltà verso Bergman
Sestito merita l'applauso del Cuminetti
Trento – Non era facile portare in scena l’opera di uno dei più grandi autori di cinema di tutti i tempi: quell’Ingmar Bergman che definire soltanto un regista sarebbe come minimo riduttivo, considerando che il maestro realizza spesso anche le sceneggiature e i dialoghi dei suoi lavori. Un autore completo, insomma, come dimostrano le molteplici attività svolte all’interno del settore che la sua arte ha scelto per esprimersi al massimo livello. E quelle realizzate al di fuori, visto che questo formidabile (e solitario) indagatore della profondità umana, prima di approdare al cinema, si è a lungo dedicato al teatro. Come si nota, tra l’altro, proprio nel film da cui il regista Rocco Sestito è partito per introdurre il pubblico del Teatro Cuminetti ai dilemmi della vita coniugale: “Scene da un matrimonio”. Un film del 1973 già realizzato qualche anno prima dal regista come serie televisiva. I rischi insomma c’erano, e molti: prima di tutto quello di squarciare la tela con (in)consapevolezze non proprio fontaniane. Ovvero di corrompere il messaggio originario dell’opera riducendola a una grottesca caricatura di se stessa. Ma fortunatamente, e saggiamente, il regista ha optato per il rispetto filologico del testo, ricalcando fedelmente l’impostazione dell’originale su pellicola, e intervenendo solo per ridisegnare il contesto degli avvenimenti e adattare i dialoghi alle nuove situazioni che ha inserito, restituendo così in un ora e mezza di spettacolo concetti originariamente spalmati su tre ore di film. Lo si capisce fin dal riuscito inizio di spettacolo, quando i due attori, Maura Pettorruso e Alessio Dalla Costa, capaci di inserirsi con abilità ed equilibrio, senza protagonismi contesi, nel segno tracciato dal regista, si presentano sul palco dopo aver vagato invano per le buie quinte di un vecchio teatro, tanto simile ai corridoi vuoti della casa di Marianne e Johan. La scena che la loro torcia illuminerà al buoi, davanti ad un pubblico spiazzato, che per un attimo crede veramente al black-out, rimarrà la stessa durante tutto lo spettacolo: semplice, essenziale, minimalista. La scena di un teatro che attende il suo prossimo allestimento. A riempirla niente di sbalorditivo o particolarmente elaborato: soltanto parole dialoghi, la principale forma di comunicazione di queste “scene” proprio come accade nel film. Dal quale uno spettacolo incentrato sul presente della coppia (tutto ha inizio praticamente dal dopo-crisi, dalle gelosia retrospettiva di Johan alla “rimandata consapevolezza” di Marianne) si discosta solo per parlare di un passato cucito addosso ai vestiti che i protagonisti si cambiano, uno dopo l’altro, per rivivere le esperienze che li hanno visti perdersi e poi ritrovarsi. Fino alla scena finale in cui gli attori danno il meglio per riprodurre sul palco, con intensità, anche la violenza di un rapporto di amore-odio che durerà oltre la forma di una vita di coppia regolamentata, per tutta la loro esistenza. Certo l’equilibrio e il rigore rispetto al modello se da una parte permettono allo spettacolo di non stonare e rientrare appieno nei ranghi di una buona rappresentazione, dall’altra non gli permettono di distinguersi per l’originalità e il coraggio di una re-interpretazione. Ma va benissimo così: un po’ di umiltà, soprattutto al cospetto di cotanto autore, sicuramente non guasta.
Con umiltà e fedeltà verso Bergman
Sestito merita l'applauso del Cuminetti
Trento – Non era facile portare in scena l’opera di uno dei più grandi autori di cinema di tutti i tempi: quell’Ingmar Bergman che definire soltanto un regista sarebbe come minimo riduttivo, considerando che il maestro realizza spesso anche le sceneggiature e i dialoghi dei suoi lavori. Un autore completo, insomma, come dimostrano le molteplici attività svolte all’interno del settore che la sua arte ha scelto per esprimersi al massimo livello. E quelle realizzate al di fuori, visto che questo formidabile (e solitario) indagatore della profondità umana, prima di approdare al cinema, si è a lungo dedicato al teatro. Come si nota, tra l’altro, proprio nel film da cui il regista Rocco Sestito è partito per introdurre il pubblico del Teatro Cuminetti ai dilemmi della vita coniugale: “Scene da un matrimonio”. Un film del 1973 già realizzato qualche anno prima dal regista come serie televisiva. I rischi insomma c’erano, e molti: prima di tutto quello di squarciare la tela con (in)consapevolezze non proprio fontaniane. Ovvero di corrompere il messaggio originario dell’opera riducendola a una grottesca caricatura di se stessa. Ma fortunatamente, e saggiamente, il regista ha optato per il rispetto filologico del testo, ricalcando fedelmente l’impostazione dell’originale su pellicola, e intervenendo solo per ridisegnare il contesto degli avvenimenti e adattare i dialoghi alle nuove situazioni che ha inserito, restituendo così in un ora e mezza di spettacolo concetti originariamente spalmati su tre ore di film. Lo si capisce fin dal riuscito inizio di spettacolo, quando i due attori, Maura Pettorruso e Alessio Dalla Costa, capaci di inserirsi con abilità ed equilibrio, senza protagonismi contesi, nel segno tracciato dal regista, si presentano sul palco dopo aver vagato invano per le buie quinte di un vecchio teatro, tanto simile ai corridoi vuoti della casa di Marianne e Johan. La scena che la loro torcia illuminerà al buoi, davanti ad un pubblico spiazzato, che per un attimo crede veramente al black-out, rimarrà la stessa durante tutto lo spettacolo: semplice, essenziale, minimalista. La scena di un teatro che attende il suo prossimo allestimento. A riempirla niente di sbalorditivo o particolarmente elaborato: soltanto parole dialoghi, la principale forma di comunicazione di queste “scene” proprio come accade nel film. Dal quale uno spettacolo incentrato sul presente della coppia (tutto ha inizio praticamente dal dopo-crisi, dalle gelosia retrospettiva di Johan alla “rimandata consapevolezza” di Marianne) si discosta solo per parlare di un passato cucito addosso ai vestiti che i protagonisti si cambiano, uno dopo l’altro, per rivivere le esperienze che li hanno visti perdersi e poi ritrovarsi. Fino alla scena finale in cui gli attori danno il meglio per riprodurre sul palco, con intensità, anche la violenza di un rapporto di amore-odio che durerà oltre la forma di una vita di coppia regolamentata, per tutta la loro esistenza. Certo l’equilibrio e il rigore rispetto al modello se da una parte permettono allo spettacolo di non stonare e rientrare appieno nei ranghi di una buona rappresentazione, dall’altra non gli permettono di distinguersi per l’originalità e il coraggio di una re-interpretazione. Ma va benissimo così: un po’ di umiltà, soprattutto al cospetto di cotanto autore, sicuramente non guasta.
Tommaso Pasquini
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